iTerm è un sostituto del terminale di Os X che molti preferiscono all’originale. Ha un sacco di funzioni molto utili e la cosa bella è anche che Locomotive è in grado di utilizzare iTerm come terminale di default.
Locomotive preferences

Purtroppo la customizzazione di iTerm non è per niente intuitiva. Ecco come si cambia il profilo di default (lo schema di colori) del display:
Per prima cosa dovete creare il vostro display profile (a meno che non ve ne vada bene uno di quelli predefiniti)
manage_profiles
profiles window

Poi aprite i bookmarks

manage bookmarks

e infine editate il bookmark di Default selezionando come display profile il profilo precedentemente creato.

bookmarks window

Chissà poi perchè un’applicazione così ben fatta ha una gestione delle preferenze così poco usabile…

L’11 giugno, il dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna ha ospitato un Focus Group che abbiamo organizzato (io, Christian Morbidoni, Giovanni Tummarello e soprattutto Matteo D’Alfonso, che probabilmente essendo un “cervello in rientro” non ha diritto a un homepage nel sito dell’Università di Bologna) nell’ambito del progetto Discovery. Lo scopo era quello di registrare le reazioni di studenti e dottorandi di materie umanistiche (erano presenti filosofi, storici, antichisti, psicologi) agli stimoli proposti dalle nostre presentazioni del modello Open Access e delle tecnologie Semantic Web applicati alle scienze umane. Nelle settimane precedenti abbiamo discusso a lungo se includere o meno nel focus group anche i già dottori e alla fine abbiamo deciso di non includerli. Pensavamo che limitandoci ai più giovani avremmo raccolto idee meno filtrate dalle logiche accademiche, più rivoluzionarie, più radicali. E invece, a parte qualche caso isolato, è stato veramente scioccante sentire quanto questi ragazzi fossero disillusi, talmente dentro al sistema da non riuscire ad estraniarsene neanche un momento per osservarlo criticamente. Quando a un certo punto abbiamo fatto notare che forse non è proprio il massimo se per pubblicare in una rivista devi presentarti con una letterina scritta dal tuo professore, alcuni erano del tutto spaesati, vedendo quello come l’unico sistema possibile per la selezione e il controllo della qualità. Molti di questi ragazzi, specialmente i più “alternativi” (la sede del focus group era bologna, tradizionalmente tutt’altro che un’avanguardia reazionaria) vedevano con assoluto terrore la pubblicità e il riuso del sapere, preoccupati più che altro del potenziale plagio delle loro opere. La pubblicità anzichè il segreto come mezzo di protezione della paternità intellettuale sono concetti che abbiamo faticato a portare all’attenzione del gruppo. E’ evidente che se questi temi vengono perlopiù trascurati anche da coloro i quali dovrebbero essere i maestri, questa generazione di ricercatori difficilmente sarà parte integrante e decisiva di un cambiamento radicale che la comunità scientifica sarà prima o poi costretta ad affrontare. Ma noi avevamo comunque sperato di trovare in questi ragazzi un po’ di quella furia creativa che tanto gioverebbe al dibattito.
La buona notizia è che dopo le nostre presentazione “strettamente tecniche” sembrava esserci più consapevolezza del fatto che queste tecnologie non sono solo un mezzo ma anche l’oggetto del discorso politico o che esse sono, come le hanno denominate Francesca e Maria Chiara, “filosofia politica applicata”.

Prima o poi doveva succedere che “semantics” diventasse una buzzword di tutto rispetto e che tutti cominciassero a lavorarci. Ecco che finalmente è giunto il momento, ed ecco che imperversa la discussione sui diversi approcci per esplicitare la semantica delle informazioni contenute nelle pagine html. Due sono gli ordini di problemi, il primo consiste nel trovare un modo di inserire (embed) informazione semanticamente strutturata nelle pagine HTML e il secondo consiste nell’estrarre questa informazione e trasformarla in un formato più facilmente manipolabile dagli strumenti Semantic Web (reasoners e triple stores). L’approccio naif della blogosfera al primo problema si è ormai da qualche tempo concentrato sui microformats che sono una soluzione decisamente povera e inefficiente dal punto di vista strettamente tecnico ma d’altra parte hanno il vantaggio dell’estrema semplicità. Il grosso punto a favore dei microformats è che (forse anche grazie alla loro semplicità, ma di certo c’entra anche la moda) vengono adottati da grandi players come Flickr, LinkedIn, Eventful e altri.
Dall’altra parte della barricata il w3c e la community dei ricercatori del Semantic Web propongono approcci più potenti come erdf e sopratutto rdfa.
Per quanto riguarda il secondo problema, quello dell’estrazione dei dati machine readable “nascosti” all’interno dell’html, si possono usare uno dei tanti parser di microformats disponibili, che sono però specifici per un dato tipo di microformats, oppure il recente GRDDL, una candidate recommendation del W3C che permette di ottenere un grafo RDF associando ad un documento XML un algoritmo di trasformazione (gli algoritmi di trasformazione possono essere espressi teoricamente in qualunque linguaggio, in pratica vengono espressi in XSLT. Probabilmente, come sostiene questo post, non sarebbe una cattiva idea che la specifica fosse limitata al solo utilizzo di xslt).
Volevo scrivere un breve post e invece sto rischiando di scrivere un articolo. Mi fermo quindi e approfondirò alcuni argomenti in un prossimo post. Fatemi solo dire che Firefox 3 supporterà nativamente i microformats

In questi giorni sto lavorando a un progetto per cui ho avuto bisogno di sapere approssimativamente quale possa essere il costo della realizzazione di uno studio abbastanza simile allo “Study on the economic and technical evolution of the scientific publication markets in Europe“, quindi avevo bisogno di sapere quanti soldi sono stati spesi dalla Commissione Europea per realizzarlo. Scoprirlo non è stato facile come mi aspettavo ma alla fine ho recuperato il dato. La gara è stata vinta dall’ Université Libre de Bruxelles per 266.000 euro. Per realizzare lo studio ci sono voluti 2 anni di tempo. Non ho la minima idea se i costi e i tempi siano o meno competitivi ma almeno a livello europeo la trasparenza esiste davvero. Confortante.

Ecco un altro approccio, più light, al peer review a posteriori (a.k.a. post-publication peer review). Questa volta non si tratta di semplice esperimento ma di implementazione funzionante. Plos è fantastico.
PlosOne Logo
Praticamente tutto quello che diciamo dal 2004 con il team di HyperJournal e che non possiamo permetterci di implementare perchè evidentemente non siamo abbastanza mafiosi da ottenere un finanziamento pubblico nazionale alla ricerca, viene implementato su Plos. Voglio lavorare a PLOS! :-)

Close
E-mail It