Era ormai da un po di tempo (leggi da prima dell’estate) che Federico Meschini (che non ha un homepage?! Federico fai qualcosa!!) e Hans Walter Gabler tentano con grande sforzo di spiegarmi che cos’è e come si fa esattamente la “collazione” sui testi.
Forse finalmente comincio a capirci qualcosa, senz’altro grazie ai loro sforzi congiunti ma anche grazie al “Workshop on Genetic criticism and scholarly editing” tenutosi ad Anversa la settimana scorsa.

Al workshop (che non ha un sito web! ma si può???), durante la sessione sulla collazione ho sentito pronunciare la magica frase “collation is not diff”, cosa che ha magicamente fatto impennare il mio grado di attenzione fino ad allora, devo confessare, scarsino. In effetti erano mesi che mi chiedevo se gli umanisti si lamentavano della carenza di tool per la collazione soltanto perchè non avevano mai sentito parlare di diff o perchè ce ne fosse una reale necessità. Per questa volta, con mio grande piacere, ho ricevuto una sonora smentita. No, la collazione è più complicata del semplice diff.
Tutto si è chiarito con due splendidi, illuminanti interventi: Ron Van der Branden ha illustrato tutti i migliori software di collazione oggi esistenti, ricordando che il prossimo passo consisterà probabilmente in un tool capace di fare la collazione non solo del testo ma anche dell’eventuale mark-up inn esso contenuto e Nick Laiacona ha mostrato una demo funzionante (e credetemi, in un workshop del genere la cosa è piuttosto scioccante) di Juxta, un gran bel software di colazione da lui sviluppato l’anno scorso. Juxta è un’applicazione desktop stand alone scritta in Java, ma Nick mi spiegava che trasformare il motore di collazione in un web service non dovrebbe essere una cosa impossibile. Juxta ha ricevuto fino ad oggi finanziamenti da ARP alla University of Virginia ma a quanto ho capito adesso rischia di rimanere senza casa. A cena Nick mi spiegava anche che il tool Collex, parte del progetto Nines è scritto in Rails. E’ interessante notare che il progetto Nines è decisamente molto simile a Discovery, che si può quasi vedere come la sua controparte europea e ancora più interessante è che anche Talia (anche se ancora in fase di gestazione), il software che sta a Discovery come Collex sta a Nines, è scritto in Rails. Beh il quadro mi sembra chiaro: integrare Juxta dentro Collex renderebbe facile integrarlo anche dentro Talia e viceversa. Ora, dato che entrambi i software sono Open Source, perchè non pensare ad una stretta collaborazione? Speriamo di poter invitare al più presto Nick e il gruppo di collex a Pisa!

Non tutti gli speaker hanno ancora confermato e quindi non dovrei pubblicarlo. Ma d’altra parte questo è soltanto il mio ufficiosissimo blog e che si sappia un pò in giro come sarà più o meno la conferenza mi sembra che sia un bene. Ma mi raccomando, prendetelo con le molle: è un draft!

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RAILS TO ITALY 07 DRAFT PROGRAM
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October 26th

09.00 - 09.30 Registration
09.30 - 10.00 Michele Barbera, “Opening”, Paolo D’Iorio “Introduction
to Cost A32″(TBC), Giorgio Levi, “Wellcome”(TBC)
10.00 - 11.00 Zed Shaw, “Mongrel” (TBC)
11.00 - 11.30 James Cox, “Scaling rails without tearing your hairs out”
11.00 - 11.20 COFEE BREAK
11.20 - 12.00 Desi Mc Adam, “A tour of Rails Testing + Presentation of
the woman developers association DevChix”
12.00 - 12.30 Federico Gobbo, Massimiliano Pepe, “Wikimappe = mappe
mentali + wiki”
13.00 - 13.30 Nicolas Wieland, “Produttività con RoR, or I Stoppend
Worring and Love Zooppa”

13.30 - 14.45 LUNCH

15.00 - 15.30 Jonathan Dahl, “Building a video transcoding system with
Ruby” (TBC)
15.30 - 16.00 Paolo Donà, “Do we really need a plugin for Tabbed Navigation”
16.00 - 16.30 Ettore Berardi, “Un motore di ricerca con Rails”
16.30 - 17.00 Luca Guidi, “Extending the Globalize Plugin”(TBC)
17.00 - 18.00 Q&A with David Heinemeier Hansson

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October 27th

09.30 - 10.00 Eyal Oren, “ActiveRDF, putting the Semantic Web on Rails”
10.30 - 11.00 Obie Fernandez, “Designing RESTful Rails Applications”
11.00 - 11.30 Daniel Hahn, Michele Nucci, Luca Mearelli, “Digital
Libraries on Rails: Talia”
11.30 - 12.00 COFFEE BREAK
12.00 - 12.30 Ben Scofield: “Hiding in Plain Sight: Unleashing the
Power of Blocks and Procs”
12.30 - 13.00 Clive Vassel: Model-Driven Development with Hobo (and RoR)
13.00 - 13.30 Cloves Carneiro Jr., “Active Parsing”

13.30 - 14.45 LUNCH

14.45 - 15.45 Web Development Panel, moderated by Michele Finotto
15.45 - 16.15 Marco Lazzeri, “Sarebbe meglio comportarsi bene”
16.15 - 16.45 Peter Armstrong, “RESTful Rich Internet Application
Development with Rails and Flex2″
16.45 - 17.15 Norbert Cronbach, “Exploring the Fringes of Ruby” (TBC )
17.15 - 18.00 Coding challenge and Goodbye

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iTerm è un sostituto del terminale di Os X che molti preferiscono all’originale. Ha un sacco di funzioni molto utili e la cosa bella è anche che Locomotive è in grado di utilizzare iTerm come terminale di default.
Locomotive preferences

Purtroppo la customizzazione di iTerm non è per niente intuitiva. Ecco come si cambia il profilo di default (lo schema di colori) del display:
Per prima cosa dovete creare il vostro display profile (a meno che non ve ne vada bene uno di quelli predefiniti)
manage_profiles
profiles window

Poi aprite i bookmarks

manage bookmarks

e infine editate il bookmark di Default selezionando come display profile il profilo precedentemente creato.

bookmarks window

Chissà poi perchè un’applicazione così ben fatta ha una gestione delle preferenze così poco usabile…

Railstoitaly 07
Anche se solo in videoconferenza è comunque un gran successo: avremo una sessione di DHH a railstoitaly. Great! e continuate a mandarci le vostre proposte di presentazione, ne abbiamo ricevute di interessantissime.

L’11 giugno, il dipartimento di Filosofia dell’Università di Bologna ha ospitato un Focus Group che abbiamo organizzato (io, Christian Morbidoni, Giovanni Tummarello e soprattutto Matteo D’Alfonso, che probabilmente essendo un “cervello in rientro” non ha diritto a un homepage nel sito dell’Università di Bologna) nell’ambito del progetto Discovery. Lo scopo era quello di registrare le reazioni di studenti e dottorandi di materie umanistiche (erano presenti filosofi, storici, antichisti, psicologi) agli stimoli proposti dalle nostre presentazioni del modello Open Access e delle tecnologie Semantic Web applicati alle scienze umane. Nelle settimane precedenti abbiamo discusso a lungo se includere o meno nel focus group anche i già dottori e alla fine abbiamo deciso di non includerli. Pensavamo che limitandoci ai più giovani avremmo raccolto idee meno filtrate dalle logiche accademiche, più rivoluzionarie, più radicali. E invece, a parte qualche caso isolato, è stato veramente scioccante sentire quanto questi ragazzi fossero disillusi, talmente dentro al sistema da non riuscire ad estraniarsene neanche un momento per osservarlo criticamente. Quando a un certo punto abbiamo fatto notare che forse non è proprio il massimo se per pubblicare in una rivista devi presentarti con una letterina scritta dal tuo professore, alcuni erano del tutto spaesati, vedendo quello come l’unico sistema possibile per la selezione e il controllo della qualità. Molti di questi ragazzi, specialmente i più “alternativi” (la sede del focus group era bologna, tradizionalmente tutt’altro che un’avanguardia reazionaria) vedevano con assoluto terrore la pubblicità e il riuso del sapere, preoccupati più che altro del potenziale plagio delle loro opere. La pubblicità anzichè il segreto come mezzo di protezione della paternità intellettuale sono concetti che abbiamo faticato a portare all’attenzione del gruppo. E’ evidente che se questi temi vengono perlopiù trascurati anche da coloro i quali dovrebbero essere i maestri, questa generazione di ricercatori difficilmente sarà parte integrante e decisiva di un cambiamento radicale che la comunità scientifica sarà prima o poi costretta ad affrontare. Ma noi avevamo comunque sperato di trovare in questi ragazzi un po’ di quella furia creativa che tanto gioverebbe al dibattito.
La buona notizia è che dopo le nostre presentazione “strettamente tecniche” sembrava esserci più consapevolezza del fatto che queste tecnologie non sono solo un mezzo ma anche l’oggetto del discorso politico o che esse sono, come le hanno denominate Francesca e Maria Chiara, “filosofia politica applicata”.

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